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Perché un Festival?
Per parlare di donne, sarebbe riduttivo, per celebrarle troppo enfatico, per celebrarne il successo troppo frivolo. Non vorremmo proporre le solite lamentazioni, piuttosto evidenziare quanto le donne hanno fatto, fanno e possono ancora fare. Neppure vorremmo però che le donne fossero indotte ad imputare le criticità nel lavoro più a sé stesse o alla ristretta cerchia delle loro relazioni, che al fatto di essere donne. La nostra Sindaco, Marta Vincenzi, ci spronò lo scorso anno a rendere popolare, alla portata di tutti, l’approccio alla parità che fino ad oggi, nonostante gli sforzi, è restato riservato agli addetti ai lavori e viene percepito dai più, uomini ma anche donne, come un retaggio femminista a dir poco datato ed essenzialmente rivendicativo. Al di là della recente dotta disquisizione di Stefano Bartezzaghi sul significato e l’uso della parola Festival non intendiamo far prevalere uno dei possibili accenti con i quali la parola può essere letta e dunque accanto al contenitore di proposte, alla stiva nella quale si affollano anche le merci in esubero, intendiamo offrire un momento di svago e di riflessione “leggera”, per riuscire a diffondere anche pensieri più densi e profondi.
A chi è dedicato il Festival?
Alle ragazze giovani, che non si rendono conto delle difficoltà connesse al loro genere se non quando si affacciano al mercato del lavoro. Nella formazione infatti sono attualmente più brave dei loro colleghi e dunque la competizione non esiste o comunque le vede vincenti. Il Festival, che intende supportarle nelle scelte ed indurle a decisioni efficienti, tanto per se stesse quanto per il sistema nel suo complesso. Con le parole di una di loro vorrei cominciare, una ragazza dell’Onda studentesca che dice: “per noi è più difficile che per le nostre madri, loro dovevano conquistare tutto, però hanno vinto. Noi sulla carta abbiamo già tutto, ma poi siamo le prime ad essere licenziate … che cosa è cambiato allora?”… forse hanno capito più di quanto reputiamo.
Allora che il divertimento cominci?
Per inciso a livello istituzionale non c’è nulla che giustifichi il divertirsi. Recentemente è stato revocato il mandato alla Consigliera nazionale di parità in una logica di spoil sistem e in quanto con i suoi comportamenti avrebbero dimostrato di non essere organica al governo. Nei confronti di un organismo di garanzia che dovrebbe essere, per legge, assolutamente estraneo ai giochi della politica è oggettivamente un segnale sconfortante e che meriterebbe altre modalità di riflessione. Ma abbiamo iniziato un percorso e non possiamo permetterci di interromperlo. Ce lo impongono le leggi del teatro e della rappresentazione…
Perché ci occupiamo ancora di parità ?
L’Europa ci sollecita e ci impone di aumentare il tasso di occupazione. per fare ciò dobbiamo puntare sulle donne che sono la componente più dinamica ma si attestano ancora su valori troppo bassi (47%).
Quali i fattori che incidono sullo stato delle cose? La competizione tra i sessi si gioca sulla distribuzione dei ruoli e dei compiti all’interno della famiglia. La mancata “condivisione” delle responsabilità fa sì che le donne si trovino sovente a dover scegliere tra la carriera e la cura, con un conseguente spreco di quelle risorse che le stesse donne e le loro famiglie hanno fatto in termini di formazione. C’è poi il problema dei servizi alla persona, non solo quelli per i bambini ma anche quelli per gli anziani, che permettono di “liberare” i tempi delle donne, tempi da poter dedicare al lavoro, alla cura ma anche a se stesse.
Quali correttivi, quali politiche?
Poiché la “doppia presenza” non consente alle donne di competere con gli uomini in termini quantitativi, personalmente credo che occorra spostare l’attenzione sulla qualità . In altre parole dobbiamo ragionare non sulle ore lavorate, o sulla presenza sul posto di lavoro, o sulla mobilità (tutti parametri ampiamente utilizzati in sede di valutazione della prestazione), ma facendo riferimento al raggiungimento degli obiettivi e alla “bontà ” del lavoro svolto. Dobbiamo giocare sull’effetto imitazione, per indirizzare le scelte e “far stare meglio” le persone (il che le rende più produttive!), per le donne può essere importante conoscere le strategie che hanno messo in atto coloro che sono riuscite a raggiungere posizioni apicali. Può essere utile e confortevole sapere che altre hanno avuto le tue difficoltà , sono riuscite a superarle e come hanno fatto. In questa ottica assume particolare rilevanza l’emersione delle eccellenze, che costituiscono esempio ma anche incentivo all’impegno. Lo stare insieme, fare rete o, perché no, lobby può costituire la nostra forza.
Ma allora i numeri delle donne sono davvero sconfortanti?
Rispetto all’anno scorso oggi disponiamo di alcuni dati che inducono a maggiore ottimismo. Una recente ricerca ha evidenziato che ogni 100 posti di lavoro femminili si generano nel nostro sistema altri 15/18 posti di lavoro. Avevano dunque ragione le femministe americane quando proponevano di “esternalizzare” tutte le attività di cura, che costituiscono una indubbia ricchezza per le famiglie e il paese ma non vengono conteggiate nel nostro PIL (il lavoro domestico potrebbe avere un valore di circa 300 miliardi di euro pari a 23 punti del PIL in Italia). Secondo l’OCSE sempre il PIL aumenterebbe almeno del 20%, se riuscissimo a portare il tasso di occupazione femminile al pari di quello maschile. E’ stato inoltre dimostrato che i fondi gestiti da donne sono più redditizi, che le aziende al femminile hanno buone performance e che quelle specializzate in beni e servizi per le donne ottengono risultati superiori a quelle che trattano prodotti neutri. Sono convinta che la valorizzazione delle donne metta in moto un circuito virtuoso fatto di maggiore produzione, minori conflitti sociali, più figli. Un lievito che fa crescere la torta del bene comune, il problema è come mettere in moto il motore o quale lievito usare.
L’attenzione per il corpo femminile potrebbe essere fraintesa?
Ovvio che la messa al centro del corpo non vuole esserne una esibizione alla stregua delle veline ma il riconoscimento che il corpo nella sua interezza gioca un ruolo decisivo nel raggiungimento dell’eccellenza e del successo. L’intelligenza del cervello, la formazione e l’impegno ma anche la capacità di rapportarsi con gli altri, di farsi accettare esaltando il proprio talento e non disdegnando di ascoltare il proprio cuore. Il corpo che sopporta la fatica, che è capace di curare e ascoltare, che è dotato di “resilienza”, si piega ma riesce a ritornare dritto, che ha “visioni periferiche”, non guarda soltanto davanti a se ma tiene sotto controllo anche quanto accade lateralmente, che non fa una sola cosa alla volta ma riesce a gestire e risolvere insieme più problemi. Questo è il corpo delle donne che vogliamo svelare e far conoscere.
Non ci sono tante donne artiste perché?
Le donne nell’arte hanno raggiunto livelli altissimi ma si presentano con pseudonimi o accettano la subalternità come naturale: Pensiamo a Sofonisba Anguissola: il padre, nobile cremonese, che non dipinge, ma la manda a bottega di Bernardino Campi, la promuove con i potenti dell’epoca attraverso i suoi autoritratti, una sorta di biglietto da visita, e nei quali ella si rappresenta come perfetta “cortigiana” aderente ai dettati di messer Castiglione. L’opera d’arte consente ad Artemisia Gentileschi di vendicarsi attraverso la raffigurazione dei corpi di Giuditta e Oloferne sottoponendo il proprio violentatore Agostino Tasso ad una violenza perpetua,
Per le donne l’arte serve ad affermare se stesse piuttosto che per celebrare altri, questo è un punto intendiamo indurre a riflettere, Frida Kahlo sostiene di “dipingo me stessa perchè è la cosa che conosco meglio” e Sgarbi recentemente afferma “quando le donne conquistano la pittura, quando affermano potentemente il loro nome, lo fanno con il loro volto, con il loro corpo, senza mediazioni. La pittura femminile è racconto di sé, liberazione”. Credo che queste affermazioni valgano per tutte le forme artistiche nelle quali le donne si cimentano, ma anche nelle storie di tutti i giorni di quelle donne che l’impegno sconosciuto ma non meno apprezzabile rende comunque “eroine”. Anche nel lavoro la donna si afferma e si realizza in modo differente rispetto a quanto avviene nella riproduzione e nella cura ma non per questo con modalità meno sublimi. Il problema dell’arte come del lavoro di eccellenza è che mancano i modelli di riferimento.
C’è una qualche ragione nella scelta dei luoghi del Festival?
Abbiamo scelto di collocare questi incontri nei luoghi tipici del potere maschile: un Monastero ed una Chiesa, il Palazzo Ducale e quello Comunale, per dare un segno di “appropriazione” o di “riappropriazione di una storia sommersa che vogliamo qui far riemergere, ascoltare e contribuire a conservare. |