Edizione di martedì 16 novembre 2010
Di Emanuela Abbatecola
Gentilissima Elisabetta Pagani,
ho letto e riletto, un po’ sorpresa e con una certa amarezza, il suo articolo apparso sul secolo di oggi (16.11.10). Percepivo qualcosa di stonato, ma non capivo cosa. Sì, perché è legittimo esprimere critiche negative, eppure… Cercherò di fare ordine nel turbinio di reazioni di pancia che si agitano dentro di me.
Il titolo recita “sbagliato puntare solo sulle maestre”. Partirò proprio da qui.
Non so quanti anni abbia Lei. Io ho 44 anni e sono figlia del femmismo degli anni ’70, a cui devo moltissimo in termini di identità, scelte, autodeterminazione. Ero piccola in quegli anni, e ho avuto giusto il tempo di respirare quell’incredibile energia costruttiva e liberatoria, persasi rapidamente nell’edonismo reganiano degli anni ’80 e nelle donne maggiorate di “Drive-in”. Ho quindi coltivato in solitudine il mio femminismo, perché non era più tempo, e, come tutte le donne del XX secolo, non ho mai avuto il privilegio di avere Maestre. Sì, perché a ben vedere, la storia che avevo imparato a scuola era la storia degli uomini (solo i vincenti, si badi bene), delle battaglie, delle guerre; la filosofia era quella dei Platoni e degli Hegel, la letteratura quella dei Leopardi e dei Manzoni. E le donne? Nessuno mi aveva mai raccontato la storia di Ipazia, né mai nessun docente ha pensato di interrogarmi sui romanzi di Jane Austin o di Sibilla Aleramo, che ho imparato a conoscere e amare, insieme a quelli di Dacia Maraini e ad altre Grandi Donne,solo al di fuori delle mura scolastiche. Quindi, ben venga uno spazio dedicato alla Maestre (come suona meno importante questo termine se declinato al femminile), le quali, per definizione, non possono che essere mature (Le faccio notare che si parla di eccellenze e non di talenti).
Sono d’accordo, la nostra è una società che “odia” i giovani (non le giovani, a patto che siano belle e ammiccanti), ma altrettanto oscura le meno giovani. Il potere è stracolmo di uomini over ’70, che non sono affatto intenzionati a offrire spazio alle nuove generazioni, ma delle donne over ’50 (troppo ottimista?) non c’è traccia, così come ha osservato acutamente Lorella Zanardo nel suo bellissimo libro “Sul corpo delle donne”. E allora, perché utilizzare l’argomento delle generazioni per attaccare un festival che dà spazio a dibattiti, confronti, produzione d’idee? Sì, ha capito bene, idee. Mi sorge il dubbio che abbia letto solo superficialmente il programma. Lei dice che è un festival che “non osa”? Strano. Proprio ieri ero relatrice, insieme a Luisa Stagi, collega e amica, ad un incontro con Vladimir Luxuria. Si è parlato di transgender (concetto decisamente postmoderno), corpo, omosessualità, e molto altro, per introdurre lo spettacolo delle ore 21. La trama? La storia di un gay, ha un incontro sessuale con un uomo di colore, di una prostituta transessuale e di un’affittacamere con un’infanzia tutt’altro che convenzionale. Decisamente non si trattava dei un repertorio classico. Il pubblico, in questo ha ragione Lei, era costituito da donne over 40 lontane dal mondo delle attiviste impegnate. E allora? Non è forse questa la valenza potenzialmente rivoluzionaria del Festival? Da anni partecipo a convegni, conferenze, manifestazioni per i diritti civili, e le facce sono sempre le stesse, mai quelle delle “signore trepide” (come le definisce Lei, in modo forse non troppo rispettoso) che popolano il festival dell’eccellenza al Femminile. Vede, in un’ottica di Sociologia pubblica, il successo di un’iniziativa si misura anche sulla capacità di stimolare il pensiero di chi solitamente si muove su altri fronti. A mio parere, vedere signore mature di una Genova non avvezza al cosiddetto “impegno”, misurarsi con un testo teatrale come quello di Luxuria o con un personaggio al di fuori degli schemi come Helena Velena (mi riferisco alla scorsa edizione), è un risultato straordinario, oltre che indicatore di grande coraggio. A proposito, mentre Le sto scrivendo, al Festival si sta parlando di tatuaggi. Ma, forse, Lei è troppo “oltre”.
Emanuela Abbatecola
Docente di Sociologia del Lavoro
Università di Genova
